E’ una musica che mette insieme il cielo e la terra, anzi, il Cielo e la Terra.L’appellativo che si coniuga con Beethoven è “sovrumano”. Perchè per lui non bastano le coordinate cartesiane di un essere umano a contenere tanto genio, tanto sentimento, tanta anima, tanto spirito, tanta umanità…Non conosco parole per dirlo così come lo sento, quello che provo ascoltando la sua musica.Tutti conoscono le sue sinfonie, l’Inno alla gioia della Nona, il Destino che bussa al portone della Quinta, o la luce cristallina che sgorga dalle certe sonate per pianoforte o dai suoi violini.
Insomma siamo impastati del suo genio. Siamo fatti di quella materia che non si può toccare.
Il nostro mondo, l’orizzonte su cui si aprono i nostri occhi, quando guardiamo dentro noi stessi, è stato scolpito anche dalle sue musiche.
La nostra anima, mi si passi il termine, suona la sua musica.
E’ leggera come quella.
Volatile, come quella.
Sensibile, come quella stessa musica.
Eppure retta, libera, indipendente, come quella.
E dolce e melodiosa, luce delicata, amore per quello che siamo, per la nostra natura fragile e potente al tempo stesso.
Questo già è straordinario per essere umano.
Fra le tante composizioni di questo genio assoluto, questa, la Sesta sinfonia, mi colpisce più di tutte le altre.
La Nona mi fa impazzire, straordinaria e robusta, forte e potente.
La Quinta ci pone le domande essenziali di ogni essere umano.
Il Concerto Imperatore, il concerto n. 5 per pianoforte, è un distillato di luce lunare, potenza musicale, delicatezza d’amore, austerità quasi marziale, incedere della forza militare, sotto il manto delle scintillante luminosità degli astri …
Nella Sesta, qui, siamo un gradino sotto, per certi versi, non c’è una bellezza assoluta e neanche una forma estetica, un contenitore, di straordinaria fattura.Non è un capolavoro che si fa notare al primo colpo.E tuttavia è fatta di un impasto particolare.E’ come se la materia, il marmo, in cui fossero scavate le forme di una ninfa senza nome, non un’Afrodite, superba dea del cielo, o una Nefertiti, regina ammaliatrice degli uomini, ma solo una ninfetta dei boschi, è come se quel marmo fosse impastato della luce del primo mattino, del puro candore del latte, della freschessa dissetante neve, del tintinnare argentino dell’acqua quando sgorga …Ecco, è questo che c’è tra una nota e l’altra di ogni accordo della Sesta.
C’è il nostro mondo, quello che vediamo ogni giorno, quello che sognamo, che immaginiamo, quello fatto di verdi valli, boschi, distese marine, immensi spazi, improvvise chiusure d’orizzonte, vette, cime, profumo di abeti e fragranza di vita.
E c’è il nostro mondo interiore quando ancora la civiltà non lo ha corrotto.
Non voglio dire che la civiltà sia corruzione.
Ma peccato, sì.
E’ la perdita della purezza.
Il peccato che si compie per diventare adulti.
L’uomo, per diventare adulto, ha perduto la verginità, quando la civiltà lo ha sedotto.
Ma doveva essere così. E non poteva essere diversamente.
Ma lui, il genio, sopra di noi, sopra il tempo, sopra la corruttibilità del peccato, ha avuto occhi per guardare com’era il mondo prima che quel peccato fosse compiuto.
E non era un mondo che ignorava il piacere della carne, o le gioie della vita.
Non è una musica celeste, eterea, evanescente, ineffabile.
Non è musica per dei, chiese, paradisi ultraterreni.
Qui c’è tutta la carne dell’uomo, quella che sanguina, che si infetta, che trema e freme, compreso fra la paura e il piacere.
Ma quando non si conosce il peccato, ogni cosa ha un’innocenza che protegge, rassicura, impedisce che si corrompa il miracolo di ciò che venne al mondo per essere eterno.
Ecco, questo mondo prima del peccato, c’è in questa musica.
Non si sentono i rumori della civiltà, i fumi che spezzano il respiro, i dolori che fanno sanguinare il cuore.
Qui il ritmo della vita è placido, scorre lento, da un inizio alla sua fine, anche se quell’Inizio dovesse significare scegliere di dover commettere il peccato di conoscere la Civiltà, e la
Fine dovesse, alla fin fine, essere la Fine di tutto, la morte. La Morte.
Nell’innocenza non si conosce nè dolore nè paura.
Anche se non manca il dramma di ciò che con un atto improvviso, violento, viene falciato via, come un fiore, o un albero, spazzati via da una folata prepotente di tempesta, o una landa amena oltraggiata dal brivido terrificante della Terra…
La vita, nella natura, conosce la violenza e la dolcezza, anche se non sa, ancora non sa, che si chiamano violenza o dolcezza e che portano dolore o gioia e che sono figlie della Collera o dell’Amore.
Ecco, il mondo prima della Collera e dell’Amore, ecco, è quel monodo che scorre nelle vene di questa sinfonia.
Ed è un fiume che sfocia nelle nostre vene, piano, lento, calmo, e ci sa riempire, come il fiume sa riempire il mare.
E restiamo incantati, come in preda ad un incantesimo.
Perchè è un mondo di magia, abitato da fate, dove si beve sidro e si assapora l’acre frutto delle bacche.
Ascoltando questo flusso di vita che scaturisce dall’orchestra, il desiderio che provo è quello di aprire la porta delle mie immaginazioni più intime alle immagini del tempo scattate prima ancora che il tempo cominciasse a far ticchettare i suoi meccanismi.Perchè, si, l’inventore del tempo, è l’uomo, il suo carattere transeunte, il suo perenne essere e non essere più.Mai l’uomo è riuscito ad immaginarsi parte di un corpo unico composto da miliardi di particelle autonome e indipendenti, e pur tuttavia, capaci di formare un organismo che racchiude il Tutto nei propri anfratti.
Mai, l’uomo ha saputo superare la paura di morire, scomparire, finire, ed in quella paura ha confinato la propria esistenza, dandogli il carattere della individualità solitaria.
Invece il Genio ha saputo guardare in quella paura, è riuscito a guardare oltre, ad oltrepassare quella barriera che ha fermato tutti.
Solo i Geni sono così alti che riescono a guardare oltre.
Ecco, questa muscia è l’istantanea fuori dal tempo del mondo che non conosce il tempo e, quindi, non lo teme e non lo fugge.
I still don’t know what I was waiting for
And my time was running wild
A million dead-end streets
Every time I thought I’d got it made
It seemed the taste
was not so sweet
So I turned myself to face me
But I’ve never caught a glimpse
Of how the others must see the faker
I’m much too fast to take that test…(continua)
Non so ancora cosa stavo aspettando
E il mio tempo passava irruente
Un milione di vicoli ciechi
Ogni volta che pensavo di avercela fatta
Sembrava che il sapore
non fosse così dolce
mi sono voltato per guardarmi
ma non ho colto il minimo accenno
di come gli altri vedono uno che finge
sono troppo veloce per quella prova
Un inizio straordinario.
La limgua intrisa del sapore intenso della ricerca e dell’attesa, impregnata dal gusto dello scorrere delle cose e dello scorrere del tempo.
Tutto un accumulo di energia e un’esplosione di vita.
Tutta la forza di ciò che sta cambiando, tutta la straordinaria tensione per ciò che, da una vita, stiamo aspettando, perchè, si, è proprio vero, stiamo aspettando da una vita che tutto cambi e mentre aspettiamo, tutto, da una vita, intorno a noi, sta cambiando, solo che noi, distratti, persi, sprofondati in quell’attesa, di tutto quel cambiamento non ci siamo accorti, è accaduto, è passato, è successo, e noi, per una vita, siamo rimasti lì… ad aspettare…
Ma David sta correndo a cavallo del suo tempo selvaggio e, sul suo cavallo, stiamo correndo anche noi, abbiamo percorso distanze infinite, ci siamo diretti verso destinazioni sempre più lontane, sempre più oltre, sempre oltre il limite di ciò che potevamo immaginare…
Look at your children
See their faces in golden rays
Don’t kid yourself they belong to you
They’re the start of a coming race
The earth is a bitch
We’ve finished our news
Homo Sapiens have outgrown their use
All the strangers came today
And it looks as though they’re here to stay
… … ….
Date un’occhiata ai vostri figli
Guardate i loro visi raggianti
Non illudetevi che appartengano a voi
Sono l’inizio di una nuova razza
La Terra è una puttana
Non abbiamo più novità
L’Homo Sapiens ha smesso di utilizzarle
Tutti gli stranieri sono venuti oggi
E sembra quasi che siano qui per rimanerci
Ecco, ecco dove battono gli zoccoli di quel cavallo.
Non guardatevi indietro, non guardatevi intorno, non fatevi domande, non chiedete, chiudete gli occhi … e ascoltate, state a sentire, aprite bene tutti i vostri sensi, sprofondate dentro di voi e …
Sentite, ora, il vento che vi schiaffeggia ? Sentite l’aria che fugge via dai vostri polmoni? Sentite il mondo, la vita che stanno volgendo da un’altra parte, stanno costruendo un altro domani da qualche altra parte?
Forse lì, lontano.
Si, lontano, su un pianeta lontano, su un pianeta rosso, rosso di sangue, rosso di vita, un mondo come questo ma diverso, uguale ma del tutto differente…
E’ una storia maledetta, senza inizio nè fine.
E’ la storia di uno di noi, la storia di ognuno di noi, che lo sappia o no, che lo voglia o no.
LIFE ON MARS
Vita su Marte
It’s a god-awful small affair
To the girl with the mousy hair
But her mummy is yelling “No”
And her daddy has told her to go
But her friend is nowhere to be seen
Now she walks
through her sunken dream
To the seat with the clearest view
And she’s hooked to the silver screen
But the film is a saddening bore
For she’s lived it
ten times or more
She could spit in the eyes of fools
As they ask her to focus on … …
È una piccola storia maledetta
Per la ragazza con i capelli da topo
Ma sua madre sta gridando “No”
E suo padre le ha detto di andarsene
Ma il suo amico non si è fatto vivo
Ora cammina
nel suo sogno sommerso
Verso il posto con la visuale migliore
Ed è rapita dallo schermo d’argento
Ma il film è di una noia mortale
Perché lei lo ha vissuto
dieci volte, o forse più
Potrebbe sputare negli occhi degli sciocchi
Quando le chiedono di mettere a fuoco…
Tutto questo è fin dall’inizio, dall’inizio alla fine di questa canzone e dall’inizio alla fine di questo disco.
E’ questo, dall’inizio alla fine della storia di David.
E’ questo, storie di mille colori, di personaggi come noi, come ognuno di noi, storie di vita, dolci o dannate, vere o bugiarde, reali o inventate.
Storie raccontate da un volto bello come una maschera e, come una maschera, dipinto, colorato, cangiante, mutevole, come i volti delle storie dei film, come i volti di quegli anni ’70, fatti di arte psichedelica, di schegge e frammenti di realtà riprodotti all’infinito, sempre uguali, fino alla noia, così come fino alla noia si riproducono i giorni che seguono i giorni, sempre uguali, colorati, mutevoli, cangianti…
E’ come camminare nelle sabbie mobili.
Dove si cammina e si affonda.
Come nella vita.
Dove si cammina e si affonda.
Ma a dirlo non sono io, io non sono un poeta, un cantante, un musicista, un profeta.
I’m not a prophet
or a stone age man
Just a mortal
with the potential of a superman
I’m living on
I’m tethered to the logic
of Homo Sapien
Can’t take my eyes
from the great salvation
Of bullshit faith
If I don’t explain what you ought to know
You can tell me all about it
On, the next Bardo
I’m sinking in the quicksand
of my thought
And I ain’t got the power anymore
Non sono un profeta
o un uomo dell’età della pietra
Solo un mortale
con la potenzialità di un superuomo
Continuo a vivere
Sono incatenato alla logica
dell’Homo Sapiens
Non riesco a distogliere gli occhi
dalla grande salvezza
Di quella stronzata della fede
Se non spiego quello che dovreste sapere
Mi potrete dire tutto quanto
Nel prossimo Bardo
Sto affondando nelle sabbie mobili
del mio pensiero
E non ho più il potere.
Io non sono neanche una maschera.
Maschere, ecco cosa sono le mille facce di David.
Colori, tessere di un mosaico prezioso, schegge di vetro colorato…
Comunque, sempre mille, mille facce differenti, mille melodie, mille personaggi, mille suoni.
E anche se mille facce sono tante, davvero tante, per un uomo solo, io non posso che ricordarlo così, con mille facce differenti dipinte su una voce meravigliosa.
Un uomo, una maschera per mille differenti personaggi, come un dio indiano, con le sue innumerevoli incarnazioni.
Oh, Bowie!
Wow!
Oh, quante e quante sono quelle facce.
Io amavo soprattutto quelle colorate dei tempi dei lustrini e delle paillettes, della vita bruciata, dei sogni baluginanti, dei vestiti sgragianti, dei costumi strafottenti, eppure dei sogni sempre dolci e delicati.
Potrei riempire una pagina rubando da youtube un’infinità di video.
Mi fa sempre un’impressione che non so spiegare bene guardare lo sciogliersi di queste immagini: quante volte le ho immaginate, mentre ascoltavo gli LP.
Sento ancora l’odore pungente del vinile che mi sale nel naso, proprio come un ragazzo di una periferia del mondo, di una periferia qualsiasi di un mondo di periferia qualsiasi, solo che non era il penetrante e velenoso vapore del bostik, anche quello, per carità, solo che eravamo troppo di periferia per capire quello sballo a buon mercato e troppo perbenisti ed ingenui, troppo … sulla retta via… niente sballi, tranne qualche bevutina di nascosto…
E adesso sono a disposizione di tutti, sono qui, vive, quasi reali.
Eccole, si srotolano veloci, qui, sotto i nostri occhi, sorprendenti e misteriose, come immagini del tempo che va, che si srotola davanti ai nostri occhi, che scivola via, davanti ai nostri stessi occhi, sorprendendosi e sorprendendendoci.
TIME Time – He’s waiting in the wings
He speaks of senseless things
His script is you and me boys
Time – He flexes like a whore
Falls wanking to the floor
His trick is you and me, boy … … … …
TEMPO
Tempo — Aspetta dietro le quinte
Parla di cose senza senso
Il suo copione siamo tu ed io, ragazzi
Tempo — Si piega come una puttana
Cade masturbandosi a terra
Le sue beffe siamo tu ed io, ragazzo
… … …
Che forza, che ritmo, che soul, nel senso di anima ! Non lo avevo sentito mai tutto intero. Questo LP non era uno dei miei vinili. Non ne avevo moltissimi, mz non saprei neanche dare un numero. Certo, erano quelli che mi piacevano proprio tanto. Mi facevano sentire grande, uomo. Nella mia stanza, con il divano letto di stoffa a quadrettini rossi e neri, la scrivania sul fondo, a fianco del balcone che dava sul cortile.
Ci ho passato gli anni.
Anni durante i quali ho imparato a orientarmi nella vita. Mi orientavo, certo, ancora male, ma ero solo un ragazzo. E quella musica mi faceva sentire grande. Mi faceva assaporare il gusto del mondo. Mi apriva le frontiere, le porte, la mente, il cuore. Gli spazi, dentro e fuori, dentro e fuori di me, intendo, si facevano ad ogni nota sempre più grandi, ad ogni accordo ancora più infiniti.
Le frontiere sparivano e potevo viaggiare dappertutto, senza limiti, senza ostacoli, senza che le distanze si facessero pesanti e ostacolassero quel trip musicale…
Le lingue, che non conoscevo e che separavano uomo da uomo, popolo da popolo, Stato da Stato, si facevano tutte uguali e parlavano direttamente al cuore, lasciando il ooro messaggio universale.
Con l’immaginazione avevo, avevamo il mondo a nostra disposizione, tuttoper noi.
Non avevamo nè molti soldi, nè molti mezzi. Io crescevo in una città di provincia, dove la musica arrivava solo attraverso la radio ed i dischi.
Non c’era internet. Non c’era il miracolo di youtube. Non c’era tanta fortuna.
Io i Doors non li avevo mai visti, neanche in televisione, perchè loro non ci sono mai passati di là, dalla televisione italiana. Per questo non ho messo la tivvù tra i mezzi che diffondevano la musica. In tivvù c’era l’eterno “Festival di San Remo”, o il “Cantagiro” e “Canzonissima” e qualche altro spettacolo di genere un pò così. Genere che non ho mai amato troppo, anzi, a dire il vero, mi ha sempre annoiato. In questo senso sono fortunato, almeno io così la penso. La noia mi ha protetto da tante cose che non mi piacevano e non mi piacciono. Gli sceneggiati della televisone, poi le fiction, i film, la pubblicità, i festival, i reality… I reality, a dire il vero, non c’erano ancora, quando ascoltavo i primi LP e le fiction avevano ancora il nome di sceneggiato. Erano a puntate e per questo mi annoiavano, mi spazientivo ad aspettare. Addirittura una settimana prima che si arrivasse a qeulla dopo.
I vinili.
Neanche quelli si chiamavano così, con questo nome.
Si diceva “gli ellepì”.
Io volevo chiamare così questo blog, ma qualcuno aveva già avuto la stessa idea e quindi ho dovuto pensare a qualche altra cosa.
Questo LP non l’avevo mai ascoltato tutto intero, a quei tempi. E’ un regalo recente. L’ho trovato in mp3 sul web. Che miracolo. Certo, i Doors li conoscevo già allora. I Doors erano un gruppo (una band) che con i miei amici, tutti ragazzi di provincia come me ma con la testa già oltre, più avanti, commentavamo attraverso le poche notizie che arrivavano laggiù, in quella città di provincia.
Qualche foto su “Qui Giovani”, la rivista musicale d’avanguardia dell’epoca. Chi se la ricorda di voi ? Qualche amico parlava del gruppo con una congizione di causa più precisa, più … testimonianza che chiacchiere, che noi, in molti, chiacchiere facevamo, soprattutto.
Lui, invece, l’amico fortunato, oppure più sveglio, lui ce l’aveva davvero il disco.
Si chiamavano Renato, Riccardo, Nazzareno, Antonio, questi amici più svegli, più decisi, più… avanti…
Ma io non sono mai riuscito ad averlo fra le mani, questo bellissimo “Morrison Hotel”.
Quello che noi conoscevamo, dei Doors, era il triste odore di morte che si portavano appresso. Il figlio di dio, Jim Morrison, inchiodato alla croce dell’alcool e delle droghe, con la croce di spine del vuoto esistenziale che lo faceva sanguinare e lo consumava poco a poco.E chissà perchè, che mièotivi aveva, quel vuoto esistenziale.
Forse era il vuoto di chi si perde per strada, di chi non sa più riconoscere il proprio tempo, di chi sa guardare solo avanti, a quello che gli occhi non riescono a distinguere bene, ma che invece brucia dentro, nell’anima.
Erano in molti a sentire i morsi di quelle fiamme, in quel periodo. E quelle fiamme davano calore e colore ai suoni, alle chitarre, alle tastiere, alle batterie e alle voci.
Come quella di Jim, brucia come un tizzone di carbone, che devi fare attenzione con le mani a non restarci ustionato.
E vibra, vibra dentro come le corde del basso che accompagna la musica di quelle band.
E vibra come vibra il destino.
Vibrava, allora, come vibra ancora oggi, quel destino terribile.
Un destino di morte che troppi di quei figli di dio hanno dovuto subire per debolezza o per disperazione, o per un’acutissima sensibilità, tropppo acuta, incapace di reggere all’urto del successo, del business, della fama, del mercato…
Erano l’America. L’Inghilterra. Lo show.
Jimi Hendrix, che io non ho mai amato molto. Janis Joplin e Jim Morrison… e altri e altri ancora …
Troppo crudele il destino con loro.
Hanno lasciato questa terra per un viaggio che li portati via.
Li avrà portati chissà dove.
A noi hanno lasciato i ricordi.
E’ rimasta la musica.
Ci hanno fatto conoscere il mondo e la vita, ci hanno dato la forza.
Era l’energia che avevano dentro e ancora oggi si fa sentire, urla le sue vibrazioni come se non fossero già passati trent’anni, o quaranta, o forse cinquanta…
Io non lo avevo mai sentito tutto intero, il “Morrison Hotel”.
L’ho ascoltato un pò di tempo fa, andando in giro libero, con l’energia della musica a spingermi, a oliare il ginocchio che altrimenti scricchiolerebbe, striderebbe arruginito. Come la mia voce che ha mai saputo cantare.
Ma quanta energia ha saputo mettere Jim in quelle canzoni.
Lui ed i suoi compagni avevano qualcosa di speciale, che si sente ancora oggi.
Sono vivi, oggi.
Sono ancora vivi, oggi, i The Doors.
Per loro il tempo non è passato, anche se i loro corpi si sono invecchiati e le loro voci assopite.
E anche se Jim ci guarda da qualche parte, lassù, o laggiù, o da chissà dove.
Non provo nostalgia e non parlo di ricordi.
Parlo di musica che vibra tra i ragazzi che vedo intorno a me, tutti quei fiori che mi crescono accanto.
Io, che sono un vecchio albero, li guardo e sorrido, sentendoli suonare ancora e vibrare sulle note di Morrison Hotel.
Per questo ho voluto cominciare con un disco che non avevo mai sentito, prima di adesso.
Un ascolto nuovo.
Musica contemporanea.
Uscita oggi.
Adesso, scusatemi, devo uscire.
Vado a comprare l’ellepì, l’ultimo appena sfornato.
MUSICBOX
Posted on 09/12/2011 | Lascia un commento
Vynils
Veramente, mi piacerebbe aprire un nuovo blog.
No, lo dico nel senso di un altro, una pagina diversa, dedicata ad un altro tema.
Un esperimento avviato – ma al quale non sono ancora riuscito a dare contenuti e continuità – è il Photoblog, aperto alcune settimane fa e caricato nella barra quissù, qua, sotto al titolo.
Per questa iniziativa c’è ancora tempo, devo trovare … il calibro giusto.
L’idea è quella di una pagina praticamente senza parole.
Solo un’immagine, grande, bella, nitida.
Ma che genere di immagine ?
Per ora ho caricato solo qualche immagine di prova, dagli album delle vacanze.
Intanto…. ci penso su, ci rifletto.
Poi vedremo (nel senso letterale, intendo, con gli occhi).
Oppure ci ripenso, chissà.
Certo, mette un pò paura una libertà tanto ampia, uno spazio così libero da riempire con un’immagine sola !
In realtà l’idea di cui sento l’urgenza è un’altra.
Ho voglia di musica.
Una scatola musicale.
Un regalino che di tanto in tanto io mi possa fare, raccontando la musica che mi piace.
Dischi, vecchi ellepì, canzoni, video, testi…
Amo moltissimo la musica.
L’ascolto spesso, quando posso.
Musica interessante, non banale, vecchia o nuova, basta che dica qualcosa.
Classica, rock, jazz.
Mi piace tutto.
Tutto, tranne la musica senza qualità.
Me la porto dentro da sempre, da quando ero adolescente.
Molti pezzi, molti brani li avevo persi, con il tempo, ma poi, con il tempo ancora, li ho ritrovati.
Oggi esistono possibilità che non c’erano, ai tempi dei miei ellepì profumati di vinile.
Youtube, internet, mp3.
Parole nuove.
Forme nuove per ascoltare la musica.
Ma i contenuti, quelli, quelli di una volta, ancora reggono.
Anzi !
Ecco, con questo materiale vorrei far nascere la mia scatola musicale.
Una pagina, diciamo, a settimana, con un brano, una album, un testo, un video, o un’immagine del tempo che si porta via da qualche parte note e vocalizzi.
Intanto mi sto mettendo in moto.
Cerco nome, modello, veste grafica.
Che vi pare?
Ne riparliamo appena ho trovato qualcosa.